LE CITTADELLE, LE SCUDERIE E LE CORDONATE DEL TEMPO DI SKANDERBEG

Nel XV secolo si registra un notevole sviluppo della potenza dell'Impero Ottomano, dovuto principalmente all'azione dei due sultani Murat II e Maometto II. Le loro continue spedizioni militari andavano estendendo le loro conquiste grazie ad eserciti numericamente circa venti volte superiori a quelli che riusciva a mettere in campo l'Europa Cristiana. Infatti le grandi potenze occidentali: Germania, Francia ed Inghilterra allora non si occupavano dei Turchi. Rimanevano in campo solo le potenze cattoliche: Spagna, Venezia, Ungheria aiutate anche dall’Albania. Però solo queste due ultime nazioni espressero i due eroi del periodo: Giovanni Hunjadi e Giorgio Castriota Skanderbeg. I Turchi conquistarono Costantinopoli nel 1453 e Maometto II minacciava di invadere l'Italia, di entrare con il suo cavallo in San Pietro a Roma e di salire coi suoi piedi sull'Altare, come aveva fatto a Santa Sofia di Costantinopoli. Già da tempo questa minaccia era sentita in Italia. Quando nel 1448 Murat II andò ad assediare Kroja, la capitale di Skanderbeg in Albania, il re di Napoli Alfonso il Magnanimo e lo stesso Skanderbeg credettero necessario provvedere alla difesa delle coste della Sicilia, della Calabria e della Puglia, per impedire eventuali tentativi d'invasione e per proteggere alle spalle la resistenza albanese. Così, nonostante le difficoltà del momento, Skanderbeg mandò in Italia circa un quinto del suo esercito agli ordini di Demetrio Reres e dei suoi due figli. Il loro corpo militare da allora in avanti, fino alla morte di Skanderbeg nel 1468 e fino alla presa di Scutari da parte dei Turchi nel 1479, costituì la retroguardia dell'esercito albanese operante in Albania. Il corpo militare albanese di stanza in Sicilia, inizialmente pose la sua sede nella fortezza di Bisir presso Mazara, a cui era annesso un feudo di circa dodicimila ettari. Poi si andò spostando verso l'interno, passando prima a Contessa Entellina e poi a Palazzo Adriano per motivi strategici, dato l'importante crocevia militare che faceva capo a questo paese. Sorse così in esso quel gioiello di prima cittadella arcaica e di modeste dimensioni sul colle di San Nicola, con la sua piccola e bellissima Kulla (fortezza) al centro della piazza di fronte al locale castello federiciano. Essa, attraverso le porte di accesso interne alle case, tra loro intercomunicanti, poteva essere raggiunta da tutti i combattenti della cittadella. Dell'uno e dell'altra, ora rimangono poco più che dei ruderi, assieme a resti di fortificazioni murarie identiche a quelle che tuttora si vedono sulla rocca di Kroja in Albania. Si individuano pure le scuderie nella parte bassa del colle, verso il meridione, e le ampie cordonate ancora esistenti ad esempio davanti alla chiesa di San Nicola, sotto l’arco della Madonna detta "dell'Entrata", etc. Quel corpo militare albanese era infatti costituito da cavalieri che costruivano le loro scuderie a fianco della cittadella dove abitavano. Con i loro cavalli potevano girare attorno ad essa, ma non potevano entrarvi, essendo la cittadella adibita a sola abitazione delle persone, il che era segno notevole di distinzione e di igiene. In caso di assalto nemico, data la struttura delle sue stradine piccole e tortuose, essa era anche impervia alla  cavalleria nemica e poteva essere difesa al suo interno da truppe a piedi che potevano agire attraverso le numerose trappole di qualsiasi genere che una inesauribile fantasia difensiva aveva previsto per quella possibile guerriglia urbana che l'ossessivo timore della minaccia turca faceva prevedere. Dopo la caduta di Scutari, l'esercito albanese, perduta l'Albania, fu costretto a ripiegare e arretrò il suo fronte, facendo della Sicilia il suo nuovo caposaldo difensivo. Così l'antica retroguardia di Skanderbeg quivi esistente, divenne punto di riferimento per la costituzione del nuovo centro operativo di quel glorioso esercito che ormai da più di trent'anni costituiva "il muro di difesa della cristianità contro il dilagare dei Turchi" (Callisto III). Il nuovo esercito albanese ora arrivato a Palazzo Adriano ha coscienza di non formare più una retroguardia, ma provvede subito a stabilire i Capitoli di una permanenza stabile (1482). Esso sa di rappresentare il popolo albanese libero, alleato del regno di Napoli, nell'ambito del suo "casale castrum" (Leone X,1518), a struttura perfettamente democratica, non solo a Palazzo Adriano, ma anche in tutta la Sicilia, dovunque intenda impiantare le sue dislocazioni agricolo-militari. Il corpo militare ora così impiantatosi a Palazzo Adriano, assieme alla sua alta coscienza religiosa e civile minuziosamente espressa e determinata, ha anche ampia e grandiosa concezione urbanistico-militare, dallo schema molto simile a quello che si nota nella cittadella di San Nicola, ma di più ampie dimensioni. Ora la nuova cittadella che viene costruita e la terza che a qualche distanza di tempo segue, sono di grandezza proporzionata al rilevante numero dei nuovi arrivati (sicuramente alcune migliaia) che sono anche in grado di costituire loro diramazioni in varie altre parti della Sicilia. Le dimensioni e la durata di questa struttura militare albanese in Sicilia si possono misurare in modo particolare con riferimento alla battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Essa attenua finalmente nel Mediterraneo occidentale la minaccia turca. Almeno una parte di quella battaglia fu in qualche modo anche una risposta albanese proveniente dalla Sicilia all'Impero Ottomano. Infatti la squadra siciliana che combattè in essa, composta esclusivamente da Albanesi, come risulta dai cognomi, fu anche la più attiva agli ordini di Don Giovanni d'Austria, capo dell'armata cristiana, e pagò il suo profondo impegno nella lotta con un elevatissimo numero di caduti. Della flotta cristiana a Lepanto fecero parte Spagnoli,. Veneti, Savoiardi, Stato Pontificio e Cavalieri di Malta. Alla notizia del conseguimento di quella splendida vittoria, su ordine del papa S. Pio V, suonarono a festa tutte le campane del mondo cattolico. I grandi nomi e cognomi di quasi tutte le famiglie principesche d'Albania e di gran parte dei generali e dei rinomati eroi dell'esercito di Skanderbeg che troviamo presenti a Palazzo Adriano e che si trasmettono identici da nonno a nipote da cinquecento anni ad ora, assieme ad altri documenti o indizi, ci fanno capire quale è stata la nuova società che si è impiantata in questo paese. Da ciò deriva la grande disponibilità economica che essa dimostra di possedere ed il raffinato linguaggio familiare (signor padre, signora madre, ecc...) che usa nell'espressione albanese, assieme ad elevate concezioni morali e civili che continueranno ad agire per secoli. Esse stanno alla base degli eventi storici originatisi da questo paese (la democratizzazione dello Stato Italiano, gli scioperi pacifici, il moderno ecumenismo, ecc...) e dei grandi personaggi da esso provenienti (Giuseppe Alessi, Paolo Parrino, Francesco Crispi, Gabriele Dara ecc...) Tutti costoro, insieme ad altri provenienti da vari paesi greco-albanesi d’Italia, già ricordati, o in stretto rapporto con le più grandi figure della recente storia dell’Italia e della Chiesa, rappresentano una delle più interessanti pagine della storia moderna, nel confronto anche filosofico e letterario tra la civiltà transalpina delle grandi dittature e quella greco-latina e mediterranea, essenzialmente democratica. Gli inizi di questa grande storia, in modo più evidente che nel ricordo dei fatti storici o delle opere scritte, veramente si leggono nelle pietre spartane delle cittadelle, nelle numerose ed ampie scuderie, nelle cordonate, nelle Kurje (suoli comuni) per i recinti estivi ed i fienili della cavalleria, nella grande piazza a forma di cuore, nella grande campana dal suono cupo e profondo come un Kushtrim (chiamata diretta alle armi) che si sente a chilometri di distanza.
La sterminata bibliografia che narra questi eventi, li presenta in genere come fatti della recente storia italiana. Esiste tuttavia anche un’ampia bibliografia più informata circa le effettive origini greco-albanesi di gran parte di quegli eventi, prevalentemente curata dalle cattedre albanologiche dell’Università italiana. Però va facendosi strada anche presso alcune Facoltà universitarie italiane, nelle discipline riguardanti quei fatti, il doveroso riconoscimento della loro origine greco-albanese. Ancora più esplicitamente tale riconoscimento viene fatto in alcune università estere attraverso grandi scrittori, le cui opere si trovano anche tradotte in varie lingue. Per motivi di spazio citiamo solo pochi testi, rimandando tuttavia alla bibliografia che in essi si riporta.

BIBLIOGRAFIA
— Italia - Giuseppe Carta - La Costruzione del Territorio in Sicilia, Palermo 2002
— Inghilterra - Chistopher Duggan - Creare la Nazione - Vita di Francesco Crispi - Ed. Laterza per la Lingua Italiana - Prima edizione 2000

Giappone - Keiichi Tacheuchi - Riassunto in inglese: Origins and development of regional problems: Studies in Southen Italy - 1998 - Komajawa University - Setagayaka - Tokyo 1548258